Shampora per Il Bullone: il progetto “Favole ad Alta Resistenza”

Shampora collabora con Il Bullone: la Fondazione che aiuta i ragazzi a ripartire

Unicità, inclusività e diversità sono le parole chiave che Shampora condivide con Il Bullone, Fondazione no-profit che promuove la responsabilità sociale attraverso il coinvolgimento e l’inclusione lavorativa di ragazzi che hanno vissuto o vivono ancora il percorso della malattia.

Il Bullone e Shampora si sono incontrati nel 2020 ed è stato amore a prima vista, sentimento che ci ha portato a creare un progetto benefico insieme intitolato “Favole ad Alta Resistenza“.

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Alcuni dei B.Livers! 🙂

Chi è Il Bullone?

Il Bullone è una Onlus nata nel 2012 che ha come obiettivo l’aiuto dei giovani sul fronte della salute, del lavoro e dell’inclusione.
Della Fondazione fanno parte ragazzi oncologici, sieropositivi, con gravi disturbi dell’alimentazione e con malattie rare che diventano protagonisti di attività creative settimanali, progetti di formazione e partnership lavorative con organizzazioni e aziende che sposano i valori della Fondazione.

I ragazzi che fanno parte della Fondazione sono i B.Liver: BE – Essere, BELIEVE – Credere, LIVE – Vivere.
Il simbolo de Il Bullone è un vero e proprio bullone, emblema di forza e unione, qualità che ritroviamo in tutti i membri della Fondazione, e il suo motto è Pensare, Fare, Far Pensare.

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Favole ad Alta Resistenza

Esistono due tipi di bullone: normale e ad alta resistenza.
Abbiamo quindi pensato di chiamare questo progetto: Favole ad Alta Resistenza, cioè storie scritte da ragazzi con una forza straordinaria.

Per questo progetto sono state scelte sette favole scritte dai i B.LIver.
Una coccola in più, dedicata a tutti voi.

A partire da lunedì 20 dicembre 2021 e fino al 31 del mese, sul nostro sito web sarà disponibile l’edizione limitata di prodotti Hair Care personalizzabili, creata insieme alla fondazione Il Bullone. Questa iniziativa è volta a promuovere l’unicità come valore intrinseco, nonché l’impegno e la responsabilità sociale, di cui Shampora sceglie di farsi portavoce quotidianamente.

I clienti Shampora potranno donare un importo di 2€ o 5€ da devolvere alla fondazione e ricevere a casa la box pensata per l’occasione. Le donazioni saranno interamente devoluti alla fondazione e noi, a nostra volta, doneremo a Il Bullone il 10% dell’importo speso dal cliente per l’ordine.

Ora non ci resta che augurarvi buona lettura!

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1. Il bullone difettoso – Ivan Gassa

C’era una volta, le fiabe classiche iniziano così, un bulloncino lucido lucido appena uscito dalla pancia della mamma Macchina. Insieme a tanti suoi fratellini, scorreva sul nastro trasportatore in attesa di essere inscatolato e di iniziare la sua vita negli scaffali di una ferramenta. Ma prima di finire nella scatola di cartone bisognava passare sotto gli occhi attenti e inflessibili di Brigitte, del controllo qualità. Ogni più piccolo e impercettibile difetto sarebbe stato notato e automaticamente il bulloncino impreciso sarebbe stato scartato.

Ora, con la spavalderia della tenera età, il giovane e i suoi amici si avvicinavano lucenti al varco. Sicuro di essere perfetto, il nostro aitante cubetto di metallo lavorato, era quasi sul bordo del nastro trasportatore, quando la mano gelida di Brigitte lo tolse e lo osservò attentamente. Purtroppo un inconveniente nella lavorazione ne aveva rovinato un lato, rendendolo così inutilizzabile. Potete immaginare lo stupore e la tragedia del povero aspirante bullone nell’essere scaraventato nel secchio degli scarti. Il destino crudele gli aveva impedito di diventare una parte fondamentale di una struttura, il compito di tenere insieme una parte di una macchina, di un’impalcatura o più semplicemente di una mensola, insomma, di essere importante per la stabilità di un qualsiasi manufatto.

Era  finito nel secchio insieme agli altri scarti, destinato a essere fuso e a terminare così la sua breve vita. Ma il maldestro Pierino, garzone della fabbrica e addetto alle pulizie, rovesciò il secchio facendolo rotolare dentro una griglia di scarico dell’officina. Iniziò qui il lungo viaggio del bullone che, trascinato dall’acqua, fu portato in un campo appena fuori città, dove i bambini di quel quartiere, molto povero, giocavano. I loro giochi non erano quelli elettronici di ultima generazione, ma erano vecchi e ripescati dai cassonetti dell’immondizia.

Andrea scorrazzava nel prato aspettando i suoi amici per la solita partita di pallone, aveva con sé il suo fedele robot Mazinga, recuperato un pomeriggio di qualche mese prima ai bordi della discarica. Andrea era molto legato al suo robot e lo portava sempre con sé. Anche quel giorno era con lui e avrebbe assistito a bordo campo alla partita quotidiana, ma ad un tratto si accorse che il braccio di Mazinga penzolava, guardò meglio e vide che il dado che teneva il braccio alla spalla si era svitato ed era andato perso. Immaginate lo sconforto del bimbo vedendo il suo amico menomato. Ma improvvisamente un luccichio attirò la sua attenzione, vide il nostro bulloncino spuntare dalla terra, lo raccolse e provò ad avvitarlo sulla vite che teneva il braccio di Mazinga. «Perfetto!», urlò felice, si assicurò che il bullone fosse ben avvitato e andò a giocare con gli amici.

Dopo tutto quel tempo nell’acqua e nella terra, al nostro bulloncino non parve vero di essere diventato finalmente utile. Terminata la partita Andrea tornò a casa con il suo amico robot, in una modesta casa popolare della periferia. La sua famiglia era composta da papà, mamma e una sorellina. Il babbo faceva l’operaio e la mamma la casalinga, non si navigava nell’oro. Rientrando, Andrea sentì la mamma che diceva al babbo di aggiustargli lo stendibiancheria che si era rotto improvvisamente la mattina. Con il peso dei panni stesi un dado aveva ceduto e la biancheria era caduta a terra.

Il babbo stava pensando come fare, era tardi e in casa non aveva ricambi per aggiustarlo. Ma mentre salutava Andrea, vide la spalla di Mazinga luccicare e ne fu attratto. Vide il bulloncino e pensando di poterlo utilizzare, chiese ad Andrea il permesso di prenderlo, l’avrebbe rimpiazzato con un altro l’indomani, e lui ne fu felice. Quindi svitò il nostro bullone, provò ad avvitarlo sulla vite dello stendibiancheria, e anche questa volta: «Perfetto!», lo stendino era tornato completamente funzionante. Sono passati cinque anni e il nostro bullone, un po’ arrugginito dal tempo, continua imperterrito a reggere orgogliosamente la struttura, a dispetto di chi lo voleva scartare. E adesso è lì a dimostrare la sua bellezza nella sua perfetta imperfezione.

2. La realtà dei sogni – Francesca Filardi

Cinque anni fa in una bottega artigiana di orologi, in un paesino sul mare, se ne stava un signore anziano. Un tipo piuttosto riservato e introverso, ma molto gentile e disponibile con i clienti e l’esterno, con una grande creatività e competenza, doti che esprimeva soprattutto nel suo lavoro, ambito in cui riconosceva di sentirsi realmente se stesso e a suo agio nel mondo.

Era la notte prima della Vigilia di Natale, l’indomani avrebbe festeggiato anche il suo 60esimo compleanno. Non so se per farsi veramente un regalo, o più per il suo spiccato senso del risparmio e anti-spreco, decise di realizzare uno strumento con tutti gli scarti degli orologi che aveva in laboratorio.

In realtà, non sapeva precisamente cosa volesse creare, ma era spinto dall’idea che spesso le cose migliori nascono, non dal nuovo, ma dal mettere insieme, semplicemente aggiustandoli e riordinandoli, pezzi già esistenti. Così si mise all’opera e iniziò a lavorarci dal pomeriggio, non accorgendosi che la sera era arrivata e con lei, anche la stanchezza delle giornate passate. Infatti, proprio quando stava per finire, si addormentò sopra. Più che un orologio, quell’oggetto sembrava una bussola. Iniziò a sognare…

Era mattina e il solitario navigatore si svegliò di soprassalto, disturbato dal rumore della tempesta che si stava scatenando sulla sua imbarcazione. Salì a prua e vide che molta acqua era ormai entrata. Si mise subito a cercare di buttarla fuori, ma appena sembrava che ci fosse riuscito, questa cresceva da un’altra parte. Iniziò a farsi prendere dalla paura di affondare, dall’agitazione e dallo sconforto di non farcela da solo.

Accecato da queste sensazioni, non si era neppure accorto che poco più in là da dove si trovava, il cielo era molto più chiaro. In preda al panico e disorientato, riuscì però a sentire il rumore di qualcosa che si agitava nell’acqua entrata sulla barca.

Plof, plof, «Mi sente Signore?», disse con voce squillante quel pesce martello. «Io non posso aiutarla perché sono solo un pesce, però, se mi libera, posso accompagnarla e seguirla verso il sereno». Incredulo per ciò che sentiva e vedeva, l’anziano signore riuscì solo a pronunciare: «Certo che sì». A un certo punto il pesce, con il suo martello, iniziò a scavare nelle sue branchie come se fossero capienti tasche. Tirò fuori tanti attrezzi e bulloni, continuando a ripetere: «Ma dove l’ho messo?». «Eccolo qui!», sembrava l’ennesimo bullone, invece, era un po’ diverso dagli altri: assomigliava più a una bussola. «Questo è anche un dono che le lascio in segno della mia gratitudine: l’aiuterà a orientarsi in questa immensità o, per lo meno, a trovare diverse direzioni».

Ancora senza parole, il navigatore non esitò a liberarlo e, una volta in mare, il pesce lo aiutò subito ad alzare l’ancora. La barca iniziò a muoversi e a prendere velocità. Da quel momento in poi, i due diventarono inseparabili e scoprirono insieme posti meravigliosi, navigando per rotte alternative e superando onde tortuose.

La mattina arrivò anche nella bottega di orologi. L’artigiano venne svegliato dal tonfo della sua creazione che rotolava sul pavimento un po’ trasandato. Ancora stupefatto dall’assurdità del suo sogno, raccolse l’oggetto e disse a voce alta: «Che sciocco, stavo per rompere il mio bullone». Sorrise per quel suo modo spontaneo di chiamare la bussola.

Mentre la sollevava da terra, bussarono alla porta. Era il figlio di un suo caro cliente, con il suo papà.

«Tanti auguri di Buon Natale e di Buon compleanno», dissero in coro i due arrivati. Subito quel bimbo arzillo gli porse un sacchettino con all’interno un pesciolino: «Lo abbiamo preso per lei. È un piccolo pensiero per la sua gentilezza».

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3. Adorna, che cicogna – Martina Dimastromatteo

Di ritorno dai loro viaggi, le cicogne volavano alto, ripercorrendo i tragitti con la saccoccia vuota nel becco, in attesa di incontrare i prossimi bimbi e portarli a destinazione. La consistenza spumosa e quasi impalpabile delle nuvole abbracciava ogni creatura, proteggendola dalle intemperie, ma senza nasconderla agli occhi attenti delle cicogne che, con amorevole cura, si posavano su ciascun batuffolo nebuloso, raccogliendo i piccoli nei lembi dei propri fazzoletti.

Adorna, la cicogna, invece, aveva già ripreso il volo e si dirigeva verso la meta successiva. Una volta arrivata, decise di aspettare, per non interrompere quella magica atmosfera: era una casa molto piccola, ma piena di luce, nonostante l’ora tarda; dalla finestra si vedeva una giovane coppia ridere di gusto. Attenta come sempre a non fare troppo baccano, nel cuore della notte, Adorna adagiò il fagotto sul davanzale e se ne andò.

La mattina seguente la donna entrò in cucina e scorse, fuori dalla finestra, un pacchetto.

Era una confezione molto particolare: la stoffa che lo ricopriva era tutta colorata, con una serie di parole scarabocchiate sopra. Lo mise sopra il tavolo e l’aprì, restando perplessa.

«Che cos’è?», chiese il compagno, sbucando in quel frangente.

«…Un bullone».

Dlin-dlon. All’ingresso, un altro pacco, sullo zerbino, confezionato allo stesso modo, ma nessuno all’orizzonte. I due si fermarono, interdetti, con la testa inclinata leggermente verso destra.

«È uno scherzo?», domandò lei.

Ma lui aveva già portato in casa il fagotto.

Uno scroscio di metalli riempì la casa: una cascata di tasti, pietre e piccoli pezzi di lamiera si riversarono per tutto il salotto. Cos’era quel cumulo di oggetti? Ma soprattutto, chi li aveva consegnati? Queste domande furono spazzate via dalla curiosità e dalla voglia di assemblarli, per vedere cosa ne sarebbe uscito fuori. Nei giorni successivi, arrivarono altri pezzi, sempre nella stessa modalità e la diffidenza si tramutò man mano in stupore e attesa. Con il passare delle settimane trasformarono quegli oggetti in una stramba macchina da scrivere, con un rubino al posto della R ed un frammento di pellicola di un vecchio film al posto della P.

La coppia prese così le vesti di un artigiano e, di notte, preparavano lettere a non finire per tutte quelle persone che erano loro lontane: una volta imbustate, le lasciavano sul davanzale dove tutto era nato.

La mattina seguente, puntualmente, non c’erano più. Ma chi si occupava delle consegne?

Adorna era diversa dalle sue compagne e, per tanto, troppo tempo si era sentita «sbagliata». Ma lo aveva capito da subito che la sua strada era un’altra: le nuvole nascondevano altre meraviglie ed era sicura che, nel mondo, avrebbe trovato altre persone che ne sarebbero state attirate quanto lei. E soprattutto, che avrebbero saputo dar loro forma. Le altre cicogne l’avevano spesso additata: «Ma perché non porti dei bimbi nel tuo fagotto?», «Sarai strana, con le tue mille invenzioni… se provassi a vedere la gioia che ha in volto chi li riceve, sono sicura cambieresti idea». Invece, di sorrisi, anche Adorna ne aveva visti tanti. Di quelli semplici, puri. Lo capiva ogni volta che faceva da tramite, come cicogna viaggiatrice, tra tanti cuori distanti. Guardando come i suoi oggetti venivano assemblati nelle mani altrui, non solo si sentiva appagata, ma si sentiva esattamente dove avrebbe voluto essere: a casa. Adorna quel giorno riconfermò quel che pensava nel profondo: ognuno poteva dare vita alla bellezza, ognuno a suo modo.

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4. Il paese dei mattoni – Oriana Gullone

Nel paese di Ciao-son-io non esistono documenti o definizioni. Nel paese di Ciao-son-io tutto quello che serve per descrivere gli abitanti è scritto sui loro mattoni. Mattoni colorati, grandi, piccoli, di marmo, di pietra… a seconda di quando nella sua vita un Son-ciao riceve quei mattoni che lo descrivono. I Son-ciao sono gli abitanti di Ciao-son-io, ovviamente,

Il primo mattone, grosso, è il cognome, il nome della famiglia. Qualche volta è scomodo, ruvido. Altre volte è resistente e protegge da tutto. Qualcuno è antico, di marmo pregiato. Nella maggior parte dei casi è il più difficile da sradicare, ma non è un male. Le radici sono importanti, solo che ci vuole un po’ di tempo perché il mattone le affondi nel terreno e il Son-ciao ci si senta ben stabile sopra.

Il secondo mattone è il nome. È grande, a base larga, ci si sta comodi sdraiati come su un letto matrimoniale. Non ha un colore. Cioè, è ancora molto comune che venga dipinto di rosa o di azzurro, ma è vernice da poco, negli anni si può cambiarla, se si rivela sbagliata. Non è ancora un’impresa facile, ma lo diventa sempre di più, con i giovani Son-ciaini che crescono e i grandi Son-ciaoni che hanno voglia di ascoltarli.

Poi iniziano dei mattoncini più piccoli, che non è detto durino per sempre. Magrolino o cicciottello, biondo, moro, rosso, pelato, capellone, lungo o corto… E, qualche volta, cianotico, podalico, prematuro, fragile… Che poi, fragile un corno. Come puoi dare il mattone «fragile» ai Son-ciainini che hanno la forza di buttar via mattoncini ancora prima di iniziare il loro viaggio nel mondo? Tzé, fragili. Va beh, andiamo avanti…

Ai Son-ciainini si regalano anche dei mattoncini che a me piacciono tanto: i nomignoli. Amore, piccolo, cucciolo, puzzetta, polpetta, Chicco, Iaia, nana… Si attaccano con una colla fortissima, e qualche volta, più avanti nel viaggio nel mondo, capita che facciano arrossire o innervosire i Son-ciao più cresciuti, che fanno di tutto per nasconderli (visto che di staccarli dagli altri mattoni non se ne parla), ma in fondo sono una sicurezza. E una particolarità: manterranno per sempre il calore del ritorno a casa.

Quando i Son-ciaini cominciano scuola, vengono travolti dai mattoni. Di mille dimensioni e da mille direzioni diverse. Dai compagni: secchione, ciccione, sfigato, strafigo, mitico; da maestri e professori: svogliato, intelligente-ma-non-si-applica, dotato, distratto, indisciplinato, dislessico, discalculico, asino…

Tanti Son-ciaini si sentono sommersi dai mattoni della scuola. E dell’università, e poi del lavoro. Finché non fanno una scoperta importantissima: quei mattoni sono fatti di plastilina! Col tempo possono essere rimodellati completamente, e trasformati nei mattoni del carattere, del pensiero, dell’amicizia, dell’amore, della fiducia. È per questo che sono fondamentali. Perché servono a costruire i mattoni di cui sarà fatto il Son-ciaone da grande. Qualche mattone rimane appiccicoso per più tempo degli altri, qualcun altro indurirà molto in fretta. Ma ogni Son-ciaino ha la possibilità di rimodellarli tutti, anche solo un pochino.

Lo so, ti stai chiedendo se, a un certo punto, tutti i mattoni saranno definitivamente solidi e stabili. Eh, non si sa… Dipende. Ci sono Son-ciaoni che continuano a modellarli per sempre, e si divertono anche! Altri li lasciano solo asciugare, e si accontentano così. Senza pensare che, se asciugano troppo, possono sbriciolarsi all’improvviso, per un soffio di vento.

Per me l’ideale è una via di mezzo. Dargli una ritoccata di tanto in tanto, magari buttarne via qualcuno che non ti piace più o che si è rovinato col tempo, e sostituirlo con uno nuovo e ancora morbido. Ecco, sì. Credo che il trucco sia tutto qui: averne sempre, fino alla fine, almeno uno, nuovo, da modellare.

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5. Lucciole e Stelle – Odoardo Maggioni

C’era una volta un campo di gelsi. Lì vivevano molte famiglie di lucciole. È noto che le lucciole comunicano attraverso un ripetuto lampeggiare. Ma in pochi sanno che dispongono di un vocabolario differente da individuo a individuo. Per comunicare devono interpretarsi. Un giorno nacque, da una grossa larva, una Piccola Lucciola.
Sua madre l’accudì teneramente e cercò di insegnarle tutto ciò che sapeva riguardo al lampeggiare. La Piccola Lucciola imparò ad esprimer-si: adorava raccontare storie a tutte le lucciole che erano con lei. Cresceva e, intimorita da ciò che poteva dire con la sua luce e dal fatto che le altre lucciole non l’avrebbero ascoltata, rimase nascosta nel tronco cavo del possente albero dove abitava la sua famiglia. Quando trovò la forza di affacciarsi, davanti agli occhi le apparve il buio campo e le luci, ciascuna diversa, delle sue compagne. Nessuna che riuscisse a comprendere completamente e così ritornò a nascondersi.

Un giorno, dal suo buio nascondiglio un frinire lontano l’attrasse. Scoprì che esisteva un altro linguaggio: quello della Cicala. Così volò giù in basso, e posatasi al fianco di una cicala ne ascoltò il suono.

«Anche per voi ciascuna ha il proprio suono?», disse la Piccola Lucciola.
«Certamente», rispose la Cicala.
«Mi spieghi il segreto? Come fate a capirvi?».
«Ciascuno ha il proprio suono. E io non posso fare altro che interpretarlo».

La cicala, però, non sapeva che quel piccolo insetto era incapace di gettarsi nel flusso di luci.
Allora la Piccola Lucciola si sforzò. Certo, era bloccata dalla paura di non essere compresa, ma capì che per comprendere non era necessario comunicare, che doveva gettarsi fra le luci del campo, disinteressandosi del luogo in cui sarebbe finita. Svolazzare e tacere. Trovarsi lì e dir qualcosa, illuminarsi, poiché il flusso aveva a questo mondo molta più importanza che nascondersi dentro al tronco del gelso e raccontare storie.

E così si buttò nel flusso, con la sua luce tremendamente sola, provando a comunicare senza nessuno che la ascoltasse. Passarono i giorni e, malgrado gli sforzi, la Piccola Lucciola non era ancora riuscita a conferire con nessuno. Stremata, si era arresa al fluire delle lucciole: il suo lumino si accendeva di luce triste che oramai si era conformato a quello di tutte le altre. Stava per lasciarsi cadere, quando dietro di sé scorse un impercettibile lumino che voleva esprimersi: un altro piccolo lampiride stava provando a illuminarsi all’interno del flusso.
La lucciola abbandonò la sua scia e imboccò la direzione opposta. I due piccoli coleotteri riuscirono a incontrarsi e, per la prima volta, compresero che vi erano possibilità di trovare qualcuno che fosse in grado di lampeggiare in modo comprensibile. Iniziarono insieme a volare controcorrente cercando altri simili. In pochi li seguirono, pochissimi. Il piccolo gruppo di lucciole capì che rimanendo allo stesso livello delle altre non sarebbe stato possibile trovare dei loro simili. Così iniziarono a salire verso l’alto, uno dopo l’altro.
La Piccola Lucciola fu la prima ed elevandosi comprese che esistevano altri campi di gelso e altre lucciole che potevano comprendere il loro linguaggio. Così continuo a salire sempre di più e tutte le altre la seguirono. Molte lucciole appartenenti ad altre foreste si scostarono dai loro flussi e volarono più in alto e a loro volta provarono a comunicare di elevarsi. 

La Piccola Lucciola era felice. Era libera. Si librava verso l’infinito e oltre ed essendo la capofila, poteva scorgere tutti i campi illuminati. Voleva che la sua luce raggiungesse le lucciole di tutto il mondo e così si alzò ancora e tutti la seguirono, sempre più in alto, sempre più in su.
Ed è per questo motivo che esistono le stelle.

6. Il Quadro stanco – Edoardo Hensemberger

La vita di un quadro non è per niente facile.

Eh già, voi starete sicuramente pensando che solo perché uno sta appeso al muro sorretto da dei chiodi, allora vada tutto alla grande; ma provateci voi, a stare appesi per il collo, anche solo mezza giornata, e poi vediamo cosa ne pensate.

Ecco, questa mattina ho deciso che il mio dovere di quadro non lo voglio più fare, sono stufo di stare appeso in un salotto dove nessuno neanche mi guarda più, perché tanto mi vedono tutti i giorni, e perché sotto di me c’è quella stupida scatola, che ormai scatola non è più, che offre immagini diverse tutti i momenti, e attira l’attenzione di tutti; mentre io, sempre fermo sulla stessa scena, non vengo più neanche riconosciuto.

Insomma questa mattina me ne vado.

Ho fatto un piano geniale; parlando con i contadini che sono rappresentati dentro di me abbiamo deciso di lasciare la tela bianca, di eliminare del tutto la scena, così che gli umani che non ci rivolgono più l’attenzione siano costretti a cercarci, e non trovandoci, forse decideranno di staccarmi da questo maledetto chiodo che mi punzecchia in modo tanto fastidioso.

Ecco sì, oggi io decido di smettere di essere un quadro.

Il mio piano era effettivamente perfetto, ma non avevo fatto i conti coi piccoli di casa. Appena svegliati e giunti in salotto i due piccoli umani hanno iniziato a non capire cosa fosse successo ai contadini che erano abituati a salutare tutte le mattine prima di colazione, e allora hanno cominciato a piangere fino a svegliare i grandi umani. I grandi umani pensavano che la mia tela fosse stata rubata nella notte, ma quando si sono avvicinati si sono resi conto che la tela era ancora presente, ad essere scomparsa era solo l’immagine, e nello stupore dei grandi umani, i piccoli umani continuavano a piangere chiedendomi personalmente dove fossero finiti i loro amici contadini!

«Dove sono? Dove sono signor quadro? Cosa è successo ai contadini e alla fattoria?».

Io non volevo mollare e per quanto fosse difficile fingere di non sapere niente, continuavo a evitare le loro domande.

Ah sì, adesso voi che leggete pensate di potermi giudicare?

Non sono cattivo! Semplicemente non avevo considerato che i piccoli umani ci sarebbero rimasti male; per quanto riguarda i grandi umani invece, i miei calcoli erano giustissimi, a fine giornata, dato che non avevano risolto il mistero dell’immagine scomparsa, erano già pronti a sostituirmi, nonostante i piccoli umani continuassero a piangere e a dire ai grandi umani di riportare i contadini nella cornice.

Ero molto dispiaciuto per quello che stava succedendo, e mi sentivo in colpa perché per un mio capriccio stavano soffrendo delle creature che non c’entravano niente.

Pensavo e ripensavo alla ricerca di una soluzione; se solo fossi riuscito a comunicare con i piccoli umani, sarei riuscito ad accontentare tutti; non riuscivo a venirne a capo, fino a quando, durante la notte, dopo che già mi avevano staccato dal muro ed erano pronti a sostituirmi, uno dei due piccoli umani si è presentato davanti a me, per darmi la buona notte e per chiedermi di far ritornare i contadini alla mattina seguente.

E così feci, dopo una lunga notte insonne decisi che avrei smesso di fingere per riportare ai piccoli umani la loro piccola felicità; ma quando tutti si svegliarono, alla mattina bussarono alla porta i trasportatori, con il mio sostituto pronto per essere appeso.

I grandi umani, nonostante avessi riportato i contadini sulla tela, avevano preso la decisione di sostituirmi, ed erano pronti a buttarmi via, non considerando i pianti dei piccoli umani.

«Siete troppo piccoli per capire qualcosa di quadri, uno vale l’altro! Anche questo vi piacerà».

Erano tutti pronti a portarmi fuori quando il più piccolo dei due piccoli umani disse tra le lacrime: «Mettiamolo nella nostra cameretta, c’è tanto spazio! Non c’è neanche bisogno di appenderlo, starà appoggiato tra il pavimento e il muro, e ci farà compagnia tutte le mattine al risveglio e tutte le sere alla buona notte».

Ed ecco che i grandi umani, stufi ma divertiti dai lamenti dei piccoli umani, acconsentirono, riportando la loro felicità in tutta la casa.

E io? Beh, io sono felice, appoggiato comodo al pavimento, lontano dalla scatola con le immagini, e vicino al cuore dei piccoli umani.

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7. Il coniglietto bianco – Maddalena Fiorentini

C’era una volta un coniglietto di nome Adam, l’unico rimasto di colore bianco in tutta la sua famiglia. I suoi sette fratelli, infatti, avevano già un colore. Ad esempio Asor, la coniglietta rosa, aveva il colore dell’uguaglianza.

«Sarebbe bello essere rosa», le diceva Adam, «per difendere i più deboli».
«Ormai non puoi più, fratellino, il rosa è il mio colore».

Asor frenava l’entusiasmo di Adam, come suo fratello Silvo, tutto dipinto di blu, colore dell’affetto.

La mamma lo rassicurava sempre, ma i giorni passavano e Adam restava incolore. Decise quindi di uscire dalla tana per andare ad esplorare il mondo.

Camminò a piedi fino al grande stagno e lì incontrò una rana. Si salutarono e Adam spiegò:

«Sto cercando il mio colore. Tu perché sei verde?»,
«Sono verde perchè sono molto fortunata»,
«Sarebbe bello essere verdi».

La rana sorrise e Adam riprese il suo viaggio. Stanco e affamato cercò un rifugio per la notte. Per fortuna poco più avanti intravide una luce, che si rivelò essere una tana di scoiattoli, gialli dalla testa ai piedi. Adam cedette alla curiosità e chiese: «Come mai siete gialli?»,

«Il giallo è il colore dell’accoglienza, siamo abituati a ospitare i forestieri. Tu come mai hai una macchia verde?».
«Una macchia verde?», si chiese spaventato Adam, «sono forse diventato come la rana?».
Non seppe rispondere. Restò loro ospite per tre giorni.

«Mi piacerebbe essere giallo», ammise, «come posso ripagarvi?».
«Teto deve raggiungere la foresta, potresti accompagnarlo?».

Ovviamente Adam acconsentì; salutò tutti, abbracciando calorosamente i suoi nuovi amici, e partì con Teto, il più piccolo degli scoiattoli, per la foresta.

Poco dopo Teto notò una macchia blu vicino alla gamba posteriore di Adam e chiese: «Che significa il blu?».
Adam pensò a Silvo e rispose: «Affetto», e sempre più confuso riprese il cammino, deciso a trovare una risposta.
Al limitare della foresta i due videro un cerbiatto ferito dal manto arancione e si informarono, preoccupati, della sua salute.

«Andate a trovare il saggio gufo, lui saprà cosa fare», rispose loro il ferito, «e ti aiuterà con quello», aggiunse, riferendosi alle macchie di Adam.
«Posso andarci io», si offrì Teto, «stai qui Adam, ci metterò poco».
Rimasti soli Adam chiese al cerbiatto come si chiamava.
«Omo», rispose il cerbiatto.
«Perché sei arancione?»,
«Perché mangio le carote»,
«Ma non è contro la tua natura?»,
«Non c’è niente contro natura, ognuno è libero di fare ciò che vuole finché non fa del male a nessuno».
«Come mai io non sono arancione se mangio solo carote?»,
«L’arancione è il colore della libertà di espressione, non delle carote, finchè non sarai te stesso non potrai mai essere arancione».
«Mi piacerebbe essere arancione».

L’arrivo di Teto e del gufo interruppe la conversazione. Era un gufo tutto rosso.

«Che coniglietto speciale», disse il gufo mentre liberava Omo dalla trappola e medicava con cura le sue ferite, poi si rivolse ad Adam: «Lo sai perchè sei verde e blu?»,
«No»,
«Perchè sei stato sia fortunato che affettuoso»,
«Come mai non capita anche agli altri coniglietti?».
Il gufo ribatté con un’altra domanda: «Perchè hai deciso di aiutare Omo?»,
«Tutti meritano un aiuto», rispose Adam, e subito una macchia rosa gli spuntò sulla pelliccia. Stava finalmente iniziando a capire: «Vuoi dire che per ogni valore che imparo guadagno un colore?».

Il gufo confermò e su Adam apparse il colore rosso della saggezza. Ormai era diventato variopinto, ripetè la sua domanda iniziale e il gufo rispose: «In pochi hanno il coraggio di scegliere chi essere».

«Sono contento», ammise Adam, «finalmente mi sento me stesso», e l’ultima macchiolina arancione gli colorò il petto, proprio vicino all’unica macchia bianca rimasta, simbolo del suo coraggio

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